Mi sveglio di soprassalto: il mio cane è in sala che si lagna di essere solo. Da poco, tra l’altro, visto che il mio cellulare segna le 7.38. Me ne sbatto, mi volto dall'altra parte del letto e mi riaddormento.

Mi risveglio alle 9.40. Già mattina inoltrata, il vento scuote gli alberi del giardino, ma c’è il sole, un bel sole caldino. Mi verso due tazze di caffè in cucina e guardo la tv per qualche secondo ma il cane continua ad abbaiare, seguendo un punto nel vuoto. Gli do una sberla affettuosa e vado ad accendere il computer in sala. Il campanello sbotta alle mie spalle ma sono ancora mezzo rincoglionito e non rispondo al citofono tanto non capirei comunque; stamattina tanto vale scendere direttamente a controllare.

Do un’occhiata dal finestrotto, davanti alla porta c’è mio nonno. Scendo gli ultimi scalini, apro la porta ma rimango un attimo da parte per non spaventarlo. “C’è la mamma?” chiede come imbarazzato. No che non c’è, la mattina lei lavora sempre, ma mio nonno è del 1913 e mi sembra più che comprensibile un po’ di confusione. Gli spiego che i miei sono tutti a lavorare e che li trova solo verso sera.

Rimane fermo, guarda da un’altra parte e biascica qualcosa che il vento porta lontano dal mio orecchio. Capisco che vuole che lo segua, che vada a vedere io. Mio malgrado mi metto le scarpe e lo seguo più per gentilezza che per altro. In casa sua, che è al piano sotto la mia, fa caldo. Lui mi dice, deciso: “Devo trovare il libretto”. Evidentemente pensa di averlo perso in camera da letto, questo libretto, perché diversi cassetti del comò sono aperti e un sacco di scartoffie sono sparse ovunque. E’ la prima volta che entro in quella camera dal giorno in cui mia nonna è morta: non è cambiata molto, forse un po’ più in ordine ma dev’essere opera della signora ucraina che viene a fare le pulizie ogni mattina. “Io l’avevo messo in questa busta nera!” continua a ripetermi, ma la busta nera è inesorabilmente vuota.

Qualche tempo fa avrei dato un peso a una storia come quella ma dall'esperienza di mia nonna ormai sono pronto a rendermi conto di quanto sia semplice perdere il punto sulle cose, anche irrilevanti, come questa. Non riesco nemmeno a capire che libretto sia: immagino che si tratti di soldi, vista la preoccupazione di mio nonno nel cercalo.

Un uomo di campagna conosce il valore dei soldi, proprio perché non ne ha mai visti molti. Allora io e lui restiamo lì: appoggia una bracciata di documenti sul letto, su quel copriletto rosso che avrò visto mille volte, e si mette a rovistare bofonchiando a bassa voce. Non so nemmeno se riesca realmente a leggere, come quando lo vedo davanti alla tv non so davvero se segua, se capisca cosa dicono o se magari si stia lasciando trasportare dalle immagini che fuggono. Mi osservo mentre frugo nel cassetto che una volta deve essere stato di mia nonna; è pieno di cianfrusaglie: volantini, piccoli oggetti e uno strato fittissimo di santini, di foglietti della messa. Ci sono molte immagini sacre, anche ai bordi della specchiera. Santi e Foto. Per una volta vorrei essere religioso, penso. Vorrei tanto che tutte queste faccine promettessero qualcosa di buono. Sul comodino che è stato di mia nonna c’è una statuetta di Padre Pio a cui è avvinghiato un rosario a grani grossi e, di fianco, la foto di lei. La stessa che è posta sul suo loculo. E’ diversa dagli ultimi tempi in cui la ricordo: ho visto quale deserto l’Alzheimer ha fatto di lei. Non trovava le cose, dava la colpa al diavolo. Si ricordava eventi del passato che tornavano a torturarla, era dimagrita, non parlava quasi più, le guance le cadevano, faceva sempre le stesse domande.

A Ferragosto abbiamo preparato il pranzo appositamente dai miei nonni, perché lei, ormai, non si riusciva più a farla spostare. Mia madre, nel grigio di quel giorno disse: “Questa è l’ultima volta che mangeremo tutti insieme” in tono rassegnato. Cercai lo sguardo di mio padre ma sembrò non capire. La mia nonna è morta un pomeriggio di sole, a fine Agosto. Mio padre era appena partito con mia madre per le vacanza. Mia zia, ai primi malori, l’ha portata subito all’ospedale e i miei genitori sono così tornati un po’ svogliatamente dalle ferie, certi che non fosse nulla di serio. Mio padre non l’ha rivista viva: quand’è arrivato in ospedale, il giorno dopo, lei se n’era appena andata. Ci ha chiamati subito. Io stavo spazzando il pavimento del salotto quando mia madre si è appoggiata al muro e ha detto: “E’ morta”. Abbiamo preferito non avvertire subito il nonno, mia madre ci assicurato “Ci penserà il babbo, o comunque qualcuno dei suoi figli”.

Dalla mia camera da letto mi sono affacciato alla finestra: pensavo che se in quel momento lei fosse stata lì, fosse tornata a rivedere per l’ultima volta la sua casa di tutta una vita, i campi per cui aveva sudato, avrebbe visto anche me, alla finestra.

Il comò è veramente stracolmo di cose vecchissime: in certe foto cerco di riconoscere il viso di mia nonna da giovane ma ci sono tanti volti che non so attribuire a nessuno che conosco. Mio padre tornò a casa nel tardo pomeriggio, distrutto, gridava e piangeva. Si è aggrappato a mia madre, continuando a ripetere: “Non sono riuscito neanche a salutarla. Quando le ho detto “ciao” il giorno prima di partire lo sentivo che non l’avrei più rivista”. Non dimenticherò il tono con cui diceva quel “ciao”, ripeteva quel “ciao”, ci si appigliava fino all’ossessione.

Ero fermo in camera mia con le orecchie tese. Ho sentito che passava davanti alla mia porta, l’ho sentito respirare, ma non mi sono voltato. Non volevo che si ricordasse di me che lo guardavo mentre piangeva, non avrei saputo rendermi utile in nessun modo, allora sono rimasto così, viso alla finestra, vigliacco, finché quell'attimo non è passato. La mattina seguente mi sono svegliato più di una volta. Aspettavo il momento in cui l’avessero detto a mio nonno. Lontano sentivo il piangere di una gallina molto lontana, nel dormiveglia mi sembrava lo strazio di mio nonno, ma poi mi riaddormentavo subito.

Ed eccoci lì, io e lui, a cercare un fantomatico libretto, tra tutte quelle facce aureolate e quei fazzoletti ricamati, mentre alle mie spalle bestemmia sonoramente. Noi rimasti, tra centinaia di fogli, mentre il vento ci trascina lontano, dove non sappiamo.

Image for post
Image for post

Written by

Il Digital come modo di vedere le cose. Account manager @ Webranking, Amazon Coordinator @ Pragmatic. Vivo tra Tunisi e Praga, ovvero a Reggio Emilia.

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store